In miniera per la festa del Cavatore tra ricordi, scalini, umido e fatica

Caschetto, giacca e tanta voglia di camminare. Inizia così l’avventura in miniera. Filippo ci avverte subito: “Lasciate i giacchetti qui in sala mensa, al ritorno c’è da sudare e dovete coprirvi”.

Al ritorno 350 scalini, per ora sono in discesa e ci va bene. Ci portano fino a meno 54 metri, un viaggio riservato solo a pochi e su richiesta.

Si parte dal posto dove i minatori mangiavano il convio: sei metri quadri chiamati sala mensa. Belle parole per ammorbidire un ambiente logorato dalla fatica, dal sudore e dal buio.

Scendiamo. La “discenderia” è lunga e va giù ripida. 45 gradi ci dice Filippo. Là passavano i carrelli con il minerale che dall’inferno dei meno 50 venivano riportati alla luce pieni di materia, a più sei metri.

Si sta stretti e si passa in fila indiana, tra pozze e scalini piccoli, scassati e anche un po’ pericolosi. Filippo scende spedito, con il passo esperto: 27anni di miniera si sentono, anche quando si tratta di portare a spasso quattro blogger.

Lui ci tiene, ci spiega della fatica, di come si lavorava e di alcuni incidenti che sono successi (solo uno mortale); pareva di vederlo lì, in quelle situazioni che racconta dall’entusiasmo e passione che ci mette. 27anni di lavoro sottoterra si fanno sentire.

A meno sei sembra tutto tranquillo, una gita. Ma a meno 24 metri la sorpresa:  un’apertura dall’alto che illumina una parte di inferno.

Inferno, ma neanche tanto visto che Filippo parla di 18 gradi di temperatura costante: “Fresco d’estate e giusto d’inverno” chiosa. Sembra prenderla quasi a battuta, ma pensare ad un turno di lavoro là dentro a mangiare pane, polvere e sudore c’è poco da ridere. Dopo aver percorso tutta la galleria, dopo il racconto di alcuni aneddoti tra vino e goliardia si va avanti. Meno cinquanta.

La differenza non si sente molto: poca luce, tanto fango. A meno cinquanta però vediamo i grossi carri che riuscivano a portare fino a quattro quintali di minerali che venivano rovesciati in una grossa bocca per poi essere macinati. Enormi, alti, imponenti tanto da far strano pensarli in movimento.

Arrivati alla fine della galleria, Filippo ci parla del percorso che facevano gli enormi vagoni visti poco fa. Ci racconta come quella miniera fosse un gioiellino: “Negli anni ’70 era all’avanguardia, riusciva a trasportare quattro quintali al minuto in un movimento costante. Praticamente a ciclo continuo” ci dice con gli occhi di uno che ne va fiero.

Dopo le nostre foto, scattate in ogni dove tra curiosità e voglia di raccogliere più dettagli possibili, decidiamo di tornare in superficie; è quasi ora di pranzo e complice la fame che ci chiama lasciamo i meno cinquanta quasi di corsa.

Allora via, altri 350 scalini, questa volta però in salita. Filippo ci avverte subito: “Andate piano e parlate poco, così arrivate in cima senza problemi”. Manco a dirlo siamo saliti facendo il contrario.

Insieme ad Andrea, Serena e Simone (il manutentore che ci ha accompagnati) arriviamo per primi. Aspettiamo gli altri in sala pranzo, le ultime battute con Filippo e poi ci salutiamo.

Ci diamo appuntamento per un’altra visita: questa volta alla miniera di Calamita. Il tutto dopo il cazziatone di Filippo: “Non potete vedere solo il Ginevro!”. Ubbidiamo

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