Gheddafi, l’uso delle immagini e la morbosità come arma di disinformazione

Salgado. Dolore degli altri

Forse le sole persone che hanno il diritto di guardare immagini di sofferenza reali così estreme sono quelle che potrebbero fare qualcosa per alleviarle […] Noi altri, che lo vogliamo o no, siamo tutti voyeur

Susan Sontag. Davanti al dolore degli altri

A metà tra la voglia di impietosire, tipico comportamento dei processi di informazione quando vogliono far colpo sul pubblico, e la necessità di sbattere il mostro in prima pagina, ho visto (anche se poco a dire il vero perché preso da impegni) la faccia tumefatta di Gheddafi in più salse.

Dalle foto su Repubblica del 22 ottobre, fino ai video che si trovano sui giornali on line (non li linko per non dare loro ancora più visibilità, non per autocensura) un fiorire di immagini e scene di sangue, violenza.

La domenica sera sento parlare Mentana dell’orrore di queste immagini che non andavano mostrate. Siamo alle solite.

Sono d’accordo con il fatto che serva una testimonianza, che l’immagine è il documento (anche Boccia Artieri cita Sontag, ma per tutt’altro) in grado di fissare un evento, un momento, validare una notizia.

Meno d’accordo quando questa sia usata come strumento per impietosire, fare business, vendere. Allora a quel punto che le foto e i video se li guardino chi davvero può o potrebbe far qualcosa per cambiare la situazione. Al popolo, soprattutto al nostro popolo, serve altro.

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