Storie di marinai maremmani

Paolo Fanciulli da Talamone

Paolo era stanco, non brillava nel parlare, era provato. Troppe volte in piedi, troppo presto.

Quando la sveglia suona a quell’ora, alle quattro, allora davvero è dura. Non si sopporta

Dice strizzando il viso come fa un cencio quando non ne può più dallo sporco. Davvero è sporco il suo mestiere, di fatica quotidiana, di sale marino e di pazienza infinita. Ogni giorno Paolo accoglie due, tre, quattro, dieci curiosi a volta. Alcuni nuovi, ma sempre più spesso forestieri che ritornano. Il bello e il brutto del pescaturismo.

Porto di Talamone Toscana con l'alba

Il mio è un giro che piace, la gente ritorna e vuole conoscere meglio quello che faccio

Stavolta la faccia è serena, orgogliosa.

Paolo ha 52anni, scuro in corpo, consumato dal sole d’estate. Spalle larghe, braccia grosse, non va molto per il sottile. Paolo è uno di quelli che chiappa il pesce. Di orate, naselli e aragoste ci vive.

Per questo, lui, ci si incazza con quelli che fanno la pesca sporca, ancora più della sua. Quella a strascico. Il suo è lo sporco buono, quello che ti alzi la mattina e vai a sapere chi si è fermato tra le maglie della rete. L’altra è quella che ti alzi la mattina e qualcosa al mare l’hai rubata.

Paolo si sbatte per chetare quelli che non rispettano il mare. Perché lo sporco, il suo, il mare lo tollera; quell’altro gli va di traverso come una lisca in gola: fa male.

Così dal novantadue si alza alle cinque del mattino, va al porto di Talamone, saluta gli ospiti e li porta a bordo. Prima aveva solo il pesce da sistemare, ora ha pure dei ghiozzi su due piedi a cui badare. Adesso mentre il nuovo giro di novizi azzanna il corollo e le schiacciatine offerte in barca, Paolo comincia a raccontare la sua avventura: le comparsate in tv, gli articoli di giornale, le nottate a speronare i pescherecci illegali, le lotte contro la burocrazia e contro i bastoni che si impigliano tra le ruote, anzi tra la rete, le minacce di morte alla compagna e al figlio.

Quando comincia il giro è organizzato, sembra una macchina, va quasi in automatico. Aiutato da Pietro, il suo mozzo marinaio, salpa, si attrezza, prepara la colazione, chiacchiera e chiappa il pesce, ché gli riesce bene.

Eravamo in pochi, per questo le chiacchiere si son fatte serie quasi subito.

Se speravo di campare pescando ero fresco. Ecco perché mi so inventato il pescaturismo

Anche stavolta la faccia è serena, orgogliosa e il petto più gonfio di prima.

Ci risponde alle domande a monosillabe, ma non importa: fai due conti e pensi che siam lì per conoscere, capire, vedere qualcosa di nuovo. Tutto confermato poi, poche chiacchiere rispetto l’ultima volta che lo incontrai, ma solita disponibilità, solita grande accoglienza e solita passione nel fare il suo mestiere.

Dopo le parole a proposito dei suoi progetti, del parco che conosce a menadito perché ci viveva e c’è diventato guida e di un po’ di vita sua, ci porta a fare un giro per le spiagge a toccare con i piedi posti incontaminati, tra verde, blu e sabbia gialla.

Finito il breve tour dovevamo tornare, ma ci pensa un po’ su e alla fine ci fa portare il suo gommone, anzi ce lo lascia, perché non lo può trainare: nuovo divieto per lui. Non è contento, ma ubbidisce e ci affida quella scheggia rossa, piccola, leggera e carica di voglia di mare. Tanto lui non lo usa, non lo può portare con sé. Anche questa borbotta.

Però a Paolo non gliene frega niente: va a dritto, testa bassa, spalle larghe e pelle bruciata dal sole. Avanti tutta

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